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Centro commerciale in Fiera, Bucci sminuisce le proteste, ma la rete è in rivolta

Il Sindaco parla di <qualche leggera polemica> tentando di ridimensionare le critiche e il peso stesso delle associazioni dei commercianti, ma gli articoli di tutti i giornali online sui social sono strapieni di commenti molto critici e quasi univoci contro la destinazione d’uso. Commenti che arrivano anche da parte di elettori dichiarati del primo cittadino

Bucci parla di <qualche leggera polemica> e critica chi la fa, le due associazioni di categoria dei commercianti, Ascom Confcommercio e Confesercenti, sostenendo di non volerne <nemmeno parlare> perché, aggiunge, <mi sembra assolutamente una gran perdita di tempo>. Per lui, forse, ma non per i negozianti. E nemmeno per i molti cittadini che in queste ore stanno esprimendo contrarietà sui social. Il tentativo di descrivere i commercianti come nemici della città e del progresso non è riuscito e al coro di proteste sì sono uniti gli sportivi che vorrebbero un palazzetto dello sport non da 5mila, ma da 8mila posti e tutti coloro che vorrebbero uno spazio per i grandi concerti che, al momento, a Genova manca.

Commercianti sul piede di guerra

Diversamente, infatti, la pensano le categorie. Ascom ha già chiesto e ottenuto un incontro dal quale non intende uscire con le pive nel sacco. Confesercenti ha diffuso un comunicato al fulmicotone. La polemica, dunque, è in realtà tutt’altro che “leggera”. I referenti delle associazioni sono stati presi d’assalto dalla “base” che chiede una risposta dura, come già è stato in precedenza contro giunte di colore diverso. Ascom ha persino finanziato fior di ricorsi al Tar, in passato. E nulla fa pensare che smetta proprio adesso. Confesercenti, dal canto suo, ha parlato senza mezzi termini di “Nuova Fiumara”. Quella “vecchia” ha devastato il tessuto commerciale e, di conseguenza, la vivibilità di Sampierdarena riducendola come è oggi.

Le critiche sulla rete

La “leggera polemica” di cui parla Bucci è quella che (al contrario) si sostanzia in decine di commenti sotto gli articoli web dei giornali, in centinaia di condivisioni con critiche, che vedono attori dal bottegaio di ortofrutta di periferia al gioielliere del centro, compresi quelli che Bucci lo hanno appoggiato sin dalla campagna elettorale e lo hanno sempre condiviso.
Per la prima volta dalla sua elezione (salvo qualche caso molto locale, come la vicenda del porto petroli), Bucci non viene difeso sui social da falangi di fideisti al grido di “lasciatelo lavorare”. Sono poche le voci discordi dalla generalizzata critica all’idea del centro commerciale. Tutti ricordano che più di una volta la sinistra ha messo in atto (e ancora più spesso ha tentato) l’immobiliarizzazione commerciale a discapito del territorio. Che lo voglia fare anche Bucci, e per di più cercando di sminuire la protesta di un’intera categoria, proprio non va già ai commercianti. E anche ai tanti cittadini che chiedono una città più vivibile, più occasioni di svago, più iniziative di attrazione turistica.

Il cosiddetto “nuovo” è un modo vecchio di trent’anni, usato anche dalla sinistra, e applicato oggi a una tipologia di vendita superata

Intendiamoci, il progetto del waterfront è molto bello, condiviso, gradito. Quel che non va giù è il modo di finanziarlo: immobiliarizzando e dedicando le aree al commercio, esattamente come si è fatto con Fiumara e con la conversione della Raffineria Garrone in centro commerciale (con Ipercoop) “L’Aquilone”. Insomma, non modo nuovo, come vorrebbe Bucci che dice: <Bisogna tutti partecipare al futuro invece di fare polemiche. Chi pensa di fare lo stesso business di 40 anni fa negli stessi modi è la società, l’economia, il mondo che gli dice che bisogna cambiare>. Il problema che il suo “nuovo” è in realtà il vecchissimo, ultratrentennale, metodo dell’immobiliarizzazione commerciale, che a Genova ha fatto solo danni, e grossi.
Il fatto è, poi, che il nuovo nel commercio non è i centri commerciali (stanno chiudendo in tutti i paesi occidentali), ma l’e-commerce che li sta condannando a morte. Oltre il 60% del non food passa ormai per la rete. Ma noi, per “innovare”, vogliamo costruire un centro commerciale, una formula commerciale alla frutta che vede decine di dimissioni anche nei ricchi Stati Uniti, figuriamoci in Italia.

(La situazione di molti centri commerciali ormai “fantasma” negli Usa)

Quel “non disturbate il manovratore” che proprio non va giù ai commercianti e potrebbe costare consensi e voti

Il “non disturbate il manovratore” dopo essere stati messi davanti a cose fatte al progetto del Comune non va giù. E se è vero che nella normalità la categoria è spesso sfilacciata, di fronte a questa o quella emergenza (come l’iper che qualcuno voleva costruire nell’area di Fegino che fu fermato, in pieno accordo con le categorie dall’allora assessore regionale di Alleanza Nazionale Giacomo Gatti che tenne la barra dritta sul “no”) si unisce come un sol uomo e diventa una falange sociale, economica e, soprattutto, elettorale. Le elezioni regionali sono vicine. Il centro commerciale alla Fiera, per dirla proprio chiara, potrebbe costare al centro destra una barcata di voti di cui gran parte non si sposterebbe a sinistra (che più o meno ha usato gli stessi metodi), ma finirebbe nel “non voto”. Il centrodestra ha vinto le elezioni comunali proprio perché ha portato alle urne tanta gente che non votava più e che, delusa, potrebbe tornare a non votare.

I patti coi commercianti prevedevano aumento di superficie solo con aumento di popolazione, ma è accaduto il contrario

Con i commercianti, i “patti” non erano questi. Durante la campagna elettorale, in realtà, Bucci espose chiaramente, con grande onestà e senza farne mistero, l’intenzione di aprire le porte della città alla grande distribuzione organizzata. In questo bisogna riconoscergli grande coerenza: sta facendo quello che aveva annunciato. Ma, proprio in campagna elettorale, queste sue dichiarazioni portarono scompiglio e, subito dopo, ci furono ripetuti incontri con la categoria, in cui il futuro sindaco spiegò che la sua idea passava attraverso un aumento dei cittadini-consumatori, attraverso l’aumento delle imprese che avrebbe attratto a Genova. Questa condizione, anche a causa del crollo del ponte, non si è verificata: nel 2015 i residenti erano 592.507, a fine 2018 erano scesi a 578.000: cioè 14.507 cittadini in meno, quasi 35 milioni di euro di consumi in meno l’anno (il reddito medio procapite è di 23.905 euro), ai quali si aggiungono i minori o azzerati redditi di tutti quelli che in questo periodo hanno perso il lavoro per la chiusura delle aziende e quelli calati di chi è andato in pensione. A fronte di un così corposo calo della popolazione e della potenzialità dei consumi, a fronte di una rete commerciale che viene continuamente erosa, un aumento dell’offerta commerciale, per i commercianti, non ha alcuna giustificazione logica. Proprio una ricerca Confcommercio del marzo scorso mette in luce una situazione già drammatica: una raffica di chiusure soprattutto in centro storico e in pericolo la funzione sociale del piccolo commercio: il servizio sotto casa accessibile anche alle fasce deboli, l’illuminazione, la sicurezza.

Fonte: elaborazione Confcommercio su dati Unioncamere

Il nostro sondaggio: un plebiscito per il “no” al centro commerciale

Questo è il sondaggio che abbiamo avviato ieri su Facebook. La percentuale di chi non vuole il centro commerciale, al momento in cui scriviamo è pressoché bulgara. È solo un piccolo test, che non pretende di avere validità scientifica, ma ha già visto la partecipazione di centinaia di persone e comincia a diventare una cartina di tornasole di quello che ne pensano i genovesi e dello scontento che creerebbe. Insomma, quello che Bucci definisce una “leggera polemica” è in realtà condivisa da molti. Votate anche voi.

L’assessore e il computo “spannometrico” delle condizioni commerciali presunte

Poi ci sono le dichiarazioni dell’assessore ai lavori pubblici Pietro Piciocchi. Dichiarazioni che non possono non fare alzare il sopracciglio a chiunque di commercio capisca seriamente qualcosa.

<La zona sappiamo che è abbastanza isolata, non impatta all’interno di un tessuto commerciale già consolidato – ha sostenuto Piciocchi -. L’obiettivo è quello di portare un commercio che oggi nella nostra città oggi non c’è e che potrà integrarsi molto bene nel tessuto economico e commerciale della città. Aggiungo che l’obiettivo è quello di portare sempre più persone in maniera tale da non erodere fette di clientela di altri>. Chiunque ne capisca appena un po’ di commercio sa perfettamente che questo discorso è completamente avulso alle più basilari nozioni relative alle regole del commercio moderno. Persino naïf in qualche suo aspetto. Le opzioni sono due: o l’assessore non conosce le leggi dell’attrazione commerciale (e allora sarebbe meglio le approfondisse prima di gettare una “bomba termonucleare” in pieno centro) oppure, invece, le conosce e sa perfettamente cosa sta facendo, cioè sa che gli eventuali nuovi insediamenti – ammesso che si trovino affittuari disposti a investire in una città in profonda crisi demografica, economica e di consumi – incideranno in maniera profondamente negativa sul futuro delle attività economiche presenti. In maniera totale e devastante nella prima isocrona, ma, alla fin fine, sul commercio di tutta la città. Questo i commercianti lo sanno e non c’è discorsetto fatto davanti a qualche telecamere che possa convincerli del contrario.
Bisogna ricordare che per ogni posto di lavoro acquisito nella grande distribuzione organizzata se ne perdono tre nel commercio tradizionale e che favorendola se ne gettano deliberatamente parecchi alle ortiche. Tanto che persino i sindacati, una volta smaccatamente pro grande distribuzione commerciale, ora hanno fatto grandi passi indietro.

Come funziona l’area di attrazione commerciale (cerchiamo di fare un discorso tecnico e serio)

Le aree gravitazionali, o bacini di accessibilità, dei centri commerciali vengono individuate attraverso zone concentriche sempre più lontane dal punto di vendita, definite mediante linee – dette isocrone – che uniscono tutti i punti dai quali il consumatore impiegherebbe lo stesso tempo per recarsi in auto nel punto di vendita. Le soglie temporali che è opportuno considerare per delimitare i bacini di accessibilità possono variare con le aree geografiche, le dimensioni del centro commerciale, i servizi presenti e la situazione concorrenziale del territorio. Generalmente vengono individuati tre bacini di accessibilità (primario, secondario, esterno) in funzione di tre diverse isocrone calcolate nei giorni e nelle ore di maggiore afflusso: il bacino primario comprende le località che distano fino a 5-10 minuti in auto dal centro commerciale, il bacino secondario quelle che distano meno di 15-20 minuti in auto, il bacino esterno le località che distano meno di 25-30 minuti in auto.
Nel primo bacino del futuro centro commerciale della Fiera ci sono tutto il centro e la Foce (e il centro storico se fosse acquisita alla città la strada che oggi è in zona portuale tra la Foce e il Porto Antico), nel terzo praticamente tutta la città. Nel primo bacino i consumi di quasi tutti i cittadini vengono calamitati poi, piano piano, si scende.
Insomma, sarebbe opportuno che l’assessore tenesse conto che non si ragiona per zone “abbastanza isolate” (quella della ex Fiera è al momento senza insediamenti commerciali, quello sì, isolata no: è di fatto in pieno centro). Esiste una “scienza” che si chiama geomarketing attraverso la quale si studiano gli insediamenti commerciali. La casalinga di Struppa o l’operaio di Cornigliano, l’impiegato di Castelletto o la maestra di Pegli possono non saperlo, non può non saperlo l’amministratore che attraverso un progetto come questo rischia di far sparire l’intero commercio del centro come noi lo conosciamo, con le botteghe a garantire illuminazione, animazione e, in definitiva, sicurezza sulle strade.

Non esistono consumi sufficienti per sostenere un nuovo centro commerciale

Il geomarketing sovrappone alle isocrone la popolazione per numero e tipologia. Per esser chiari, nei rispettivi bacini di alcuni dei 9 centri commerciali del Torinese (che hanno falcidiato le botteghe dell’intera area) ci sono ben più abitanti (e consumatori) che in tutta Genova. Ci sono poi fattori come l’età media (a Genova 48,3 anni, a Torino 46,1 anni, il che vuole dire che nella nostra città c’è un mare di anziani in più e gli anziani consumano molto poco) o come il reddito medio: 23.905 euro a Genova 24.583 euro a Torino, il che vuole dire che ogni cittadino torinese ha a disposizione in media 680 euro in più ogni anno da spendere, e non sono pochi. In sostanza, una coppia di lavoratori torinesi ha a disposizione 1.360 euro in più ogni anno. Queste sono tra le cose che si studiano in geomarketing. Le studieranno anche coloro a cui sarà proposto di aprire nel nuovo centro commerciale. Se foste un imprenditore del commercio, voi dove aprireste, a Genova o a Torino? Queste cose non si pensano “a spanne”, solo perché non ci sono negozi vicini. Da un amministratore non ci si aspetta un discorso così semplicistico, ci si aspetta che abbia ben chiare isocrone commerciali e geomarketing e che non dica che la fiera è una zona “abbastanza isolata”: lo ripetiamo, ha nella prima isocrona tutto il centro e tutta la Foce, oltre a un pezzo di Albaro, di Castelletto e di San Fruttuoso.

L’assessore sostiene che il commercio sarà tematico, dedicato al mare, quindi, a suo parere, non in conflitto con le attività del centro, ma c’è da scommettere che un po’ di abbigliamento “tecnico” che sconfinerà in quello normale ci sarà, così come quello di tutti i settori merceologici. Inoltre, la coperta dei consumi è corta: quello che si spenderà nei negozi tematici e di prodotti tipici che saranno insediati non lo si spenderà più in altre cose. Sarà, comunque, una bella gara riempire di sole aziende collegate al mare 30 mila metri quadrati di commerciale. E quando il centro commerciale ci sarà e, magari, le aziende no, cosa si farà? Si allargheranno le braccia e si dirà ai genovesi che proprio non si può fare a meno di accettare qualsiasi merceologia?
Ventuno ristoranti, sempre che reggano (avranno una marcia competitiva in più rispetto a quelli del centro grazie ai parcheggi), potrebbero aggravare la già pesante iper offerta di pubblici esercizi in città. In sostanza si rischia che implodano tutti nel tentativo di dividersi una torta troppo piccola.

McArturGlen per richiamare nuovi clienti apre a Serravalle <una innovativa water playground che diventerà il luogo di attrazione per migliaia di bambini>

Piciocchi ha detto che l’obiettivo è quello di attrarre consumatori. Se questo significa spostarli da altre zone della città è evidente che non serve se non ha far chiudere altre saracinesche. Se l’obiettivo è invece quello di attrarre da fuori consumatori per il commercio con il commercio, si sappia che non funziona più da un paio di decenni. Fanno eccezione (solo alcuni) outlet, come quello di Serravalle. Che, anche lui, non se ne fossero accorti i nostri amministratori pubblici, metterà in campo investimenti consistenti per migliorare l’accessibilità e i servizi. Ma, soprattutto, uno spazio per le famiglie da duemila metri quadrati <con una innovativa water playground che diventerà il luogo di attrazione per migliaia di bambini>. Perché nemmeno McArturGlen pensa più che il commercio si attragga solo col commercio, anche se è una delle poche aziende che ancora riesce a farlo sulle grandi superfici dei centri commerciali artificiali.

L’alternativa possibile

Il recupero dell’area del waterfront è assolutamente necessario, questo è condiviso da tutti. In molti condividono anche che l’idea progettuale di Renzo Piano sia di grande qualità e valore. Quello che tutti criticano è il centro commerciale. Un modo per pagare i costosi lavori, però, serve. Non si può però “pagarla” con quanto costerebbe alla città in termini di desertificazione commerciale in altre zone e perdita di posti di lavoro. Poi, bisognerebbe mettere in campo un qualcosa che i consumi (dei turisti) li attraesse veramente. Sembrerà un gioco di parole, ma è una realtà piuttosto concreta: la gente si attrae con le attrazioni. Se si vogliono attrarre le famiglie si creano attrazioni per famiglie, come farà l’outlet. E, allora, non sarebbe meglio ridurre drasticamente i metri quadrati di commerciale e puntare, in collaborazione con un partner privato, su qualcosa che possa essere veramente attrattivo, un parco divertimenti, un parco acquatico, un villaggio Lego, un qualcosa che porti consumi e non li draghi da quello che già esiste? Non è meglio cercare qualcosa che possa finanziare l’opera senza trovarsi contro l’intera categoria dei commercianti (che non mollerà, perché se non garantirà tutela alla base da un rischio così grande sarà la base a mollare lei) e una nutrita quantità di cittadini? Magari concedendo al palazzetto dello sport quegli 8 mila posti a sedere (ne sono previsti solo 5 mila) senza i quali sarebbe fuori dai circuiti internazionali e non potrebbe ospitare i grandi concerti.

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